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Trecento anni di innovazioni e passaggi generazionali

Il caso della famiglia Amarelli

di Cinzia Ficco

Nel 2031 saranno trecento anni. Tanti ne compirà l’azienda Amarelli di Rossano, specializzata nella produzione di liquirizia pura, tanto apprezzata da molti cantanti lirici, ma anche da Lucio Dalla, che si era fatto cucire dei taschini sul suo gilet per conservare la mitica spezzatina in occasione dei suoi concerti.

“Come festeggeremo? Intanto – spiega Pina Mengano, napoletana (1945), presidente onorario della realtà imprenditoriale calabrese – vorrei arrivarci e in salute. Qualche evento lo organizzeremo. Del resto, è un bel traguardo: abbiamo una magnifica tredicesima generazione– con tre quote azzurre, quattro rosa, di varia età, che sentono forte il legame con questa famiglia. Una cosa straordinaria, non trova?”

La signora Pina ha guidato l’azienda della famiglia Amarelli – peraltro millenaria – dal 1986 sino a qualche anno fa, quando è subentrato Fortunato, suo nipote. Per questo conosce i punti di forza dell’azienda, oltreché la ricchezza che ha prodotto sul territorio, sin dal 1731, anno in cui è stata fondata. Ricorda anche i momenti di grande difficoltà, superati con la passione e l’ingegno di alcuni componenti della famiglia: in particolare, suo cognato e suo suocero, un vero capitano d’industria, morto nel ’90 a 86 anni e fino a quell’età, lucidissimo.

“Mi sono sposata nel 1969 con Franco Amarelli – ci racconta Pina – Non avrei mai immaginato di fare l’imprenditrice. A Napoli, mia città d’origine, facevo l’ avvocato e insegnavo Diritto Romano all’Università Federico II. Ho cominciato ad interessarmi alla storia dell’azienda quando negli anni Settanta ci sono state le prime grandi innovazioni: tecnologiche, volute da mio suocero, e nel confezionamento, decise da mio cognato, morto giovanissimo. Fu in quel periodo che si decise di riaprire l’azienda anche ai mercati esteri. Mio marito ha sempre continuato a fare il professore di Storia del Diritto romano, anche se il suo contributo è stato fondamentale quando abbiamo aperto il Museo”.

Nell’86, quando è morto il fratello di suo marito, l’ex avvocatessa si è messa alla guida dell’azienda. “Ho lasciato tutti i miei interessi, e mi sono rimboccata le maniche. Non avevo esperienza – confessa – quindi mi sono improvvisata imprenditrice. Grazie alla supervisione di mio suocero, di un cugino di mio marito, pediatra con alcune quote societarie, e di collaboratori generosi, ce l’ho fatta. Non nascondo che agli inizi è stata davvero dura”.

Una donna, napoletana, a capo di un’azienda  calabrese, appartenente ad una famiglia con un crociato e un conte nel suo albero genealogico.

Agli inizi suscitavo curiosità. Poi, con la mia esperienza e grazie ai miei contatti da giornalista pubblicista, sono riuscita a far venire qui molti colleghi, che hanno riportato la storia della famiglia e dell’azienda su molte testate nazionali. Non mi stancherò mai di ripetere che qui ho trovato tanta disponibilità. Anche se mi sono impegnata molto per far crescere l’azienda.

Ci racconta gli inizi di questa storia?

Nel 1731 fu fondato un primo impianto protoindustriale, ambientato in un grande capannone, detto concio, caratterizzato da un alto soffitto a capriate di legno, esistente ancora oggi e tuttora cuore pulsante dell’azienda. Le radici di liquirizia, macinate da una grande mola di pietra, erano messe a bollire in enormi caccavi alimentati dal fuoco diretto. Il succo ottenuto veniva filtrato in grandi cesti per passare alla concentrazione.  Seguiva la delicata fase della progressiva solidificazione. Il prodotto, ancora molto caldo, veniva lavorato a mano soprattutto da giovani donne che ne ricavavano bastoncini e biglie. Poi si procedeva ad allineare il prodotto su lunghe assi di legno, che venivano portate in un ambiente ampio al piano superiore, detto tavoliere, dotato di molte finestre vicine all’uliveto, da cui entrava la profumata brezza marina, fondamentale per portare al giusto grado di essiccazione la liquirizia.

Pina Amarelli

Pina Amarelli

Poi cosa succedeva?

Confezionata in cassettine di legno, con l’aggiunta di foglie di alloro – usate per esaltarne gli aromi- era pronta per essere venduta e consumata. Con gli anni si cercarono nuovi metodi per razionalizzare il lavoro. Come scrivo in un libro, ricco di foto e documenti, pubblicato nel 2021 da Rubbettino (Amarelli – Una storia di innovazione dalle nobili radici), la famiglia è sempre stata parecchio dinamica.

Perché?

Fin dalla fine del ‘700 riuscì ad attrezzarsi per raggiungere mercati sempre più lontani. Si ipotizzò addirittura la progettazione di un vascello. I primi cambiamenti, comunque, ci furono con l’avvento dell’elettricità, che ispirò nuovi macchinari, come il mulino tagliaradice, il quale sostituì la grande mola di pietra ancora esistente nel concio.

Le innovazioni importanti avvennero negli anni Settanta.

Esatto, grazie a Giorgio, mio cognato ci furono importanti innovazioni nel packaging. Per favorire il consumo della liquirizia, si pensò a confezioni più piccole e più economiche. Si crearono delle pratiche bustine termosaldatetrasparenti che evidenziavano il nero brillante del contenuto.  Questo facilitò la diffusione del nostro prodotto su tutto il territorio nazionale. Ma grazie a mio suocero e con una rivoluzione informatica si iniziò a studiare come efficientare il processo produttivo. E si optò per un sistema computerizzato che automatizzava il ciclo di cottura. Solo la fase finale della concentrazione del succo, eseguita a cielo aperto per ottenere il nero brillante senza aggiungere coloranti, rimase  affidata all’occhio esperto del maestro liquiriziaio. Nel 1978 la brillante idea di dare una nuova presentazione old style, rieditando le scatolette di latta del primo Novecento che avevano contribuito a modernizzare la distribuzione. Iniziò un’accurata ricerca nell’archivio aziendale per ritrovare, fra le immagini del passato, le più idonee a decorare la cover della neonata scatoletta metallica da 40 grammi.

Avviciniamoci al presente.  A proposito di confezioni, oggi la scatoletta è in alluminio.

Sì, viene fatta in Svizzera, in modo tale che non ci siano problemi con la stampa delle vecchie immagini sulle scatolette. Ci garantiscono un prodotto ecocompatibile e controllato. Per il resto, l’intera filiera si realizza qui. In questo modo diamo lavoro a molti calabresi: dai grafici ai  produttori di liquirizia. Ce ne sono tanti tra Metaponto e Crotone. La nostra non basta. Un indotto notevole. Pensiamo anche a chi ha trovato lavoro nel sociale e nel settore turistico grazie al nostro Museo Giorgio Amarelli, che porta in questa piccola realtà 40 mila visitatori l’anno.

Come è fatto il Museo?

Intanto è unico al mondo. Leggendo il libro, se ne scopre la ragione. E’ diviso in due sale: quella della memoria, che raccoglie abiti, macchinari antichissimi,  persino un documento risalente al ‘400, balle di radici, attrezzi manuali, giornali della produzione, libri contabili, registri paga e corrispondenza fra imprenditori e governo. E quella dedicata all’azienda che si trasforma con l’elettricità. Lì ci sono timbri, casse di legno, fatture di sottile carta velina, il progenitore delle nostre fotocopiatrici.

I numeri della Amarelli?

Abbiamo poco più di 40 dipendenti a tempo indeterminato, a cui si aggiungono gli stagionali. Produciamo 128 mila chilogrammi l’anno, esportiamo circa il 25 percento della produzione in Francia, Svezia, Norvegia, Germania, un po’ in Spagna, in Svizzera, Austria, in Nuova Zelanda,  e da qualche anno negli Emirati Arabi. Meno negli Stati Uniti. Fatturiamo circa quattro milioni l’anno. Dal 2014 il nostro e-commerce ha preso il volo.

Tredici generazioni, diceva.

Sì, io rappresento l’undicesima. Mio nipote, Fortunato, oggi a capo dell’azienda, è la dodicesima. Da poco, abbiamo l’ultimo Amarelli. Si chiama Giorgio.

Come è avvenuto il passaggio generazionale?

Intanto, da presidente onorario, continuo ad essere sempre sul ponte di comando e a controllare. Mio nipote non è sbucato dal nulla. Ha fatto studi giuridici a Siena, si è specializzato in strategia nella gestione di aziende familiari alla Bocconi e  ha seguito corsi alla Loyola University di Chicago. Si è formato perché oggi imprenditori non si nasce. Occorre saper redigere un bilancio, conoscere un po’ di marketing soprattutto per battere la concorrenza, anche se almeno in Italia abbiamo solo due piccoli competitor, tutti e due calabresi. Quando mi chiedono come sia avvenuta la staffetta generazionale mi piace richiamare Goethe – nella scena della notte del Faust, quando afferma che i figli devono saper conquistare di nuovo quello che hanno ereditato dai padri, se vogliono diventare i successori- e Thomas Mann dei Buddenbrook, la storia di quattro generazioni di un’azienda familiare di Lubecca. Fondamentali sono le parole del padre al figlio che lo spinge a dedicarsi con gioia durante il giorno agli affari, ma solo a quelli che gli avrebbero permesso di dormire la notte.

Tanti i riconoscimenti a lei e alla sua azienda. Ha portato questa azienda e la sua terra d’adozione all’attenzione dei media: Cavaliere del lavoro, Ufficiale al merito della Repubblica, cittadina onoraria di Rossano, promotrice della dichiarazione di interesse storico nazionale dell’Archivio di famiglia, consigliere del Touring club dell’associazione dimore storiche, di Unione italiana food. Attiva in Confindustria e in Museimpresa, è anche presidente emerito degli Hénokiens.

Sì, ne sono onorata. Ricordo che i requisiti per diventare componenti degli Hénokiens sono molto rigidi per una azienda: appartenenza da oltre 200 anni alla stessa famiglia, possesso del 51 per cento del capitale controllo della società, buone performances economiche e finanziarie.

Amarelli di Rossano

Amarelli di Rossano

Amarelli rappresentante del Made in Italy nel mondo. Da qualche anno avete anche un Factory store, uno spazio pensato dove creare nuove declinazioni di liquirizia, sperimentare, realizzare confezioni esclusive e degustazioni accompagnati da immagini che scorrono sui monitor. Cos’altro pensa di fare la Amarelli?

Di continuare e creare nuova ricchezza per questo territorio.

Di cosa avrebbe bisogno un’azienda come la Amarelli?

Di infrastrutture. Sulla costa ionica non si arriva né con un treno, né con l’aereo. Vogliamo attrezzare la nostra regione con collegamenti adeguati per i turisti? Abbiamo tanta fiducia nel Pnrr, anche se c’è tanto lavoro da fare.

Che proprietà ha la liquirizia e, in genere, quella calabrese?

Il suo zucchero naturale, come il fruttosio nella frutta, fa bene alla voce, alla gola. Molti cantanti  sono stati e sono nostri clienti: Pavarotti, Carreras, Ricciarelli, ma anche Dalla e Morandi. La liquirizia protegge lo stomaco perché crea una membrana che lo difende dai succhi gastrici. E ha proprietà digestive. Un sottoprodotto della liquirizia viene usato nelle bombole degli estintori. Anticamente serviva a proteggere le ferite dall’attacco di germi. Oggi è un toccasana per la pressione bassa.

Chiudiamo con un aneddoto. Il grande Lucio Dalla non viaggiava se non amarellato.

Sì, è così. Aveva coniato questo aggettivo. Un giorno mi giunse una telefonata di Lucio, che a New York – a casa di Isabella Rossellini – difendeva una sua preziosa lattina dalle pressanti richieste della figlia del regista che non trovava la liquirizia e pretendeva in dono la scatoletta di Dalla. Da quel momento il cantante mi disse che non avrebbe più viaggiato se non adeguatamente amarellato, una potente protezione per la sua gola quando teneva i suoi concerti nelle sere umide. Di qui la trovata delle piccole tasche dei suoi gilet.

Per i 300 anni cosa farete?

Ci stiamo ancora pensando. Sarà una sorpresa per chi ci ha sempre dato fiducia.

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